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A chairde!
Era il 2001, occasione della mia seconda visita in Irlanda, ma fu la prima volta che riuscii a visitare un po' Temple Bar. Me ne parlavano sempre tutti, vuoi come consiglio ("vai a vedere Temple Bar"), vuoi per confronto ("sei andato anche tu a Temple Bar?")... così, Temple Bar di qua, Temple Bar di là, mi decisi anche io.
Era relativamente ancora presto, circa le 19:30, ed avevo girato un po' "a braccio", ma confesso che non mi stava dicendo un granché. Avendo comunque deciso che era ora giusta per una pinta (è sempre l'ora giusta per una pinta, ma sentivo che quel momento lo era in particolare), mi fermai in un pub a caso. Non ricordo il nome del pub, purtroppo ho una pessima memoria per i nomi dei locali - come per molte altre cose, vero Vik? :-)) -, ma era un pub su due piani che sicuramente riconoscerei se lo rivedessi. Mentre stavo gustandomi la pinta mi cascò l'occhio su un manifestino relativo ad un tour musicale dei pub di Temple Bar. La partenza sarebbe stata proprio da lì intorno alle 20:00 ed io non potevo credere ai miei occhi... da grande appassionato di musica irlandese era l'occasione più ghiotta che potesse capitarmi, nelle circostanze in cui mi trovavo!
Quel tour fu l'esperienza più interessante che ebbi quell'anno a Dublino: si snodò attraverso quattro pub di Temple Bar, in ognuno dei quali bevemmo e ascoltammo musica irlandese, e man mano che procedevamo con le tappe (che forse non furono quattro, ma cinque o anche sei... chi riusciva a contare più dopo tutte quelle pinte?) la ragazza che guidava il tour ci raccontava la storia dei pub in cui ci fermavamo. Inoltre, nel secondo (o terzo.. chi può dirlo?) pub ascoltammo un duo: bodhrán e voce (anche se in un brano lo stesso suonatore di bodhrán cantò mentre suonava). Da brivido, bravissimi. Suonarono venti (o trenta? mah...) minuti e fu un lampo. Magari i numeri non me li ricordo più, ma ho ancora impressa nella memoria la stanza del pub (che era al primo piano di uno stabile), i colori, il viso del suonatore di bodhrán e quei minuti in cui lui suonò e cantò...
Saluto tutti e ringrazio Sgruf0letta per avermi invitato a scrivere in questo blog.
Slán agaibh agus beannacht!
Il grande cuore
degli irlandesi
Céad Míle Fáilte an Kruger’s Pub
(2a puntata)
Questa storia si ricollega al post sul Kruger’s pub di Dunquin. È una storia vera, una vicenda personale, che parte da un fatto doloroso, ma poi si risolleva. E dunque la voglio raccontare.
Ho un amico. Diciamo così... è una persona un po’ speciale, e in uno sperduto paesino di montagna ha trasformato la vecchia osteria del nonno in un pub che più irlandese non si può. Questo è successo già trent’anni fa, quando l’Irlanda non andava ancora di moda. E infatti, quando si entra nel suo locale, sembra davvero di stare in Irlanda... per musica, ambiente e soprattutto ATMOSFERA.
Potete immaginare che quello che ci lega è il nostro grande amore per l’isola di smeraldo. Fino a due settimane fa. Quando un altro fatto - purtroppo triste - è arrivato a consolidare questo legame che forse ora può davvero fregiarsi del concetto di amicizia, o perlomeno un inizio che merita...
Dicevo... due settimane fa, ancora sull’onda del viaggio irlandese appena compiuto, decido di andare a farmi una Guinness - di quelle spillate secondo la scuola irlandese più autentica (il migliore amico di questa persona è un irlandese che ha a sua volta un pub a Lahinch).
Quando arrivo davanti al locale, però, non faccio in tempo a metterci piede che un urlo straziante mi paralizza sulla soglia... è la voce di L., irriconoscibile, stravolta, carica di un dolore e di un angoscia che mi gela il sangue. Una telefonata, una comunicazione a distanza... e il dolore si abbatte su questa famiglia che fino a un attimo prima pensava di passare nel proprio locale un tranquillo sabato sera come tanti altri... un dolore da spaccare il cuore... che quasi si spacca davvero, al mio amico.. Una lacerazione inaspetta, tanto improvvisa quanto crudele. Che faccio? - penso costernato e combattuto. Resto? Me ne vado? Come si fa a partecipare a un dolore così privato senza sentirsi di troppo?
Il mio amico esce, mi vede... silenzio. Poi spiega. Anche per me è un colpo. Ma lui dice: “Entra. Resta insieme a noi. La vita continua... è la vita”.
Entro.
Cerchiamo di distrarci, parlando del mio viaggio appena compiuto. L’occhio di questa persona, che cerca di dominare il suo strazio con la dignità profonda e inarrivabile dei poeti e dei sognatori, uomo dall’antica saggezza (dev’esserci, da qualche parte, una goccia di QUEL sangue irlandese, mi dico...), cade sulla mia polo, quella che ho indossato perchè pensavo di fargli uno scherzo, e che ora mi sembra così fuori luogo: è la polo acquistata al Kruger’s pub, quella con la scritta “Céad Míle Fáilte Europe’s most westernly pub”. Chiede spiegazioni, da dove arriva... si ricorda che anche lui è stato lì... Se avesse saputo di quella maglietta, l’avrebbe comprata, dice con voce un po’ rammaricata. Subito un pensiero fa “plop” nella mia testa: non ci avevo pensato, di prenderne una anche per lui... a volte mi ritrovo a tacitare l’istinto, per evitare di creare imbarazzo nel portare un omaggio a chi non se l’aspetta e magari non lo troverebbe giustificato. Ma l’avessi seguito, l’istinto... adesso avrebbe contribuito a tirarlo su di morale, magari... Vedo i suoi occhi perdersi sulla scritta, e mi dò dello scemo cento volte... oltretutto le nostre taglie sono così diverse che non ha senso cedergli la mia.
Un altro pensiero fa “plop” nella testa, però... perchè no?
Un ultimo bicchiere per celebrare la vita di chi non c’è più... e poi corro a casa con un chiodo fisso nella testa Una ricerca veloce e telefono al Kruger, specificando: “Sto chiamando dall’Italia”, per giustificare il mio inglese non proprio fluente. “No problem”. Bene: spiego a grandi linee la situazione, dopo essermi costruito nella testa - memore di tutte le parole che spesso bisogna fare in Italia anche solo per poter conferire con un impiegato del Comune - tutto un discorso che li convinca a esaudire la mia richiesta. Mi ero già preparato ad assicurare in tutti i modi possibili un pagamento di qualsiasi tipo, di darmi gli estremi, di farmi sapere come far loro arrivare i soldi... Non faccio in tempo a finire la spiegazione, a profondermi in inenarrabili promesse e giuramenti di eterna gratitudine... che dall’altra parte del filo una pratica ed efficiente fata irlandese mi chiede nome, cognome e indirizzo... mi spediscono la maglietta.
No problem.
Senza fare una piega, con la voce che mi arriva come piegata dal sorriso che probabilmente sta illuminando quel volto che un giorno andrò a ringraziare di persona. Questa è una promessa che mi faccio.
Chiudo la comunicazione. Sono senza parole. Riscaldato ancora una volta dal grande, immenso cuore degli irlandesi. Da questa loro incredibile capacità di ESSERCI, sempre, in modo inequivocabile, irriducibile, forte. Come il loro sangue.
Mi aleggia nel cuore la domanda che forse non dovrei farmi, ma che affiora spontanea: sarebbe stato lo stesso in Italia, o in altri paesi? La stessa immediata disponibilità, la stessa prontezza, la stessa sensibile capacità di COMPRENSIONE umana? Lascio in sospeso questo interrogativo.
Dopo nove giorni, un pacchettino così artigianale e casalingo da farmi commuovere viene depositato sulla porta di casa, avvolto in una carta da regalo... misteri delle Poste Irlandesi ^___^.
Che altro dire? Mi sono dilungato anche troppo. Quello che conta è il risultato. E il risultato lo potete vedere qui sotto

Slàinte!
Il Campo
Gli irlandesi. Un popolo che ha conosciuto il dramma dell'emigrazione. A metà del 1800 un parassita colpì e distrusse un'alta percentuale dei raccolti di patata, l'alimento principale, se non l'unico, di moltissime famiglie di agricoltori in tutta l'isola. L'infestazione durò oltre un paio di anni. Fu la grande Carestia, quella che in Irlanda è conosciuta come The Famine, o An Gorta Mor.
Morirono in milioni, altri partirono verso altri luoghi.
Una tragedia che ha lasciato un profondo segno nella cultura locale. A Murrisk, Co. Mayo, ai piedi del Croagh Patrick c'è il Famine Memorial, un monumento in bronzo che in solo colpo rende l'idea della disperazione e della morte che accompagnò questo episodio di fame ed emigrazione. Visto dal vivo toglie il fiato. A Skibbereen, Co. Cork, esiste il Famine Herirage Trail, un percorso informativo che illustra la storia tragica vissuta dalla popolazione del West Cork. In altri villaggi e paesi d'Irlanda esistono altre testimonianze.
L'emigrazione di massa è un dramma per qualunque popolo. La gente che deve lasciare la propria casa e le proprie terre lascia anche lo spirito, la storia della propria famiglia. Si perdono le radici. Molti irlandesi, la maggior parte, emigrarono negli Stati Uniti d'America. I loro discendenti, a distanza di generazioni, tornano a visitare i luoghi di partenza dei loro avi. Tornano alle origini.
Io ho conosciuto moltissimi americani durante i miei viaggi in Irlanda. Dal Colorado, dall'Arizona, dalla California, da New York... Tutti tornavano a ritrovare parenti o semplicemente a visitare i luoghi delle loro radici. In genere il percorso comprende una visita alla parrocchia locale per cercare i nomi degli antenati sui registri. Spesso si troveranno solo le antenate, i maschi in genere non venivano registrati perchè gli inglesi imponevano una tassa sulla nascita di un figlio maschio. In seguito si procede verso il cimitero per visitare le tombe dei defunti legati a quella famiglia. Infine, per chi li ha, ci sono anche i parenti vivi da andare a trovare.
Questa tradizione rivela un forte attaccamento degli irlandesi alla loro terra, un attaccamento che si trasmette nel DNA, per generazioni.
Una dimostrazione di quanto è forte l'amore degli irlandesi per la loro terra la si trova in un bellissimo, ma anche poco conosciuto, film: Il Campo (The Field) diretto da Jim Sheridan nel 1990.
E' un dramma teatrale tratto da una storia vera, adattato al cinema. Bull McCabe lavora con amore da anni un appezzamento di terra che però appartiene ad una donna, la quale un giorno lo mette all'asta per venderlo. Bull McCabe è sicuro di vincere, ma l'arrivo di un americano manda all'aria tutti i suoi progetti.
Chi ha visto il film non può negare quale forza passionale traspare dalle scene. Chi non lo ha visto non sa che cosa si è perso. Amore e odio per una terra che non dà nulla a chi la lavora ma che è un anello d'unione con i suoi predecessori. I paesaggi sono mozzafiato. Il film è ambientato negli anni '30. Girato tra le contee di Mayo, Wicklow e Galway.
La prima volta che vidi questo film insieme a mia moglie rimanemmo senza parlare per delle ore. I sentimenti di quei personaggi erano diventati i nostri, e ogni azione, per deplorevole che fosse, sembrava giustificata. Un film che alla fine lascia i brividi sulla pelle e le mani fredde.
Il film ci entrò nel sangue, lo avevo registrato, dato che era stato trasmesso di notte, e così lo riguardammo molte altre volte. Fino ad innamorarcene, di innamorarci dei personaggi (splendidamente interpretati), della vicenda e dei luoghi che vollemmo cercare a tutti i costi. Tentammo di individuare, a memoria, i luoghi durante il viaggio del 1997, ma tutto quello che trovammo fu una generica area che assomigliava a quella del film. Non trovammo altro. Solo nel 1998 decidemmo una diversa strategia. Estrassi dei fotogrammi dal film e ne feci fotografie che ci portammo in viaggio. Girammo per tutto il Connemara compreso tra Westport a Leenane. Ed ecco i luoghi, il paese del film, il pub, la chiesa, la piazza e... il Campo, quello del film. Non visibile dalla strada. Dovemmo salire su di una collina, in mezzo a sassi, sterpaglie, escrementi di pecore e capre, lana che gli ovini avevano perso nella muta. In cima ad una collina erta e sferzata dal vento freddo, sotto una pioggia fine e pungente. Da lassù vedemmo il campo, come lo si vedeva nel film e ci sentimmo orgogliosi di questa impresa, e per un breve periodo di tempo, una manciata di minuti, quel campo lo sentimmo nostro!
Appagati e soddisfatti tornammo all'auto, parcheggiata ai bordi della strada, in mezzo al fango e alle pecore che nel frattempo si erano radunate. E tornammo a Westport, dove qualcosa mi disse che dovevo fermarmi, entrare in un negozio di libri e cercare. Trovai un libretto, era la sceneggiatura teatrale del dramma, un lavoro di John B. Keane. E il giorno successivo, in una videoteca di Castlebar, trovai anche l'unica copia della videocassetta il lingua originale del film. Furono due giorni fortunati!
E quando due anni dopo, nel 2000, girando per la contea di Kerry, per puro caso ci fermammo a Listowel, vedemmo il negozio e la casa di John B. Keane, il noto scrittore all'epoca ancora vivo. Ridevo dalla gioia. Comprammo delle cartoline del luogo e anche un biglietto tipo "gratta e vinci" che si rivelò vincente, anche se di poco!
Tutto per inseguire il mito di una pellicola...
Come essere felici con poco. In Irlanda.
Il mio primo post
Ciao a tutti!
Ho appena ricevuto l'invito a partecipare a questo Blog. Ci sono arrivato su consiglio di Viktor il quale era capitato per caso nel mio Blog 
Ringrazio Sgruf0letta per avermi invitato!!!!!
E' stato amore a prima vista! Il colore di sfondo di queste pagine e l'immagine che campeggia in testata mi hanno lasciato a bocca aperta. Esattamente come mi lasciò a bocca aperta l'Irlanda durante la mia prima visita in quella terra, nel lontano agosto 1989. Già, esattamente 16 anni fa.
In quel periodo l'Irlanda era molto, ma molto diversa da come la si può vedere oggi. L'aspetto generale era di un Paese non florido. La gente vestiva in maniera sciatta, spesso con vestiti di recupero, molti avevano le toppe di stoffe di altro colore. Non era moda, era necessità.
Se siete stati ultimamente in Irlanda avrete sicuramente visto l'elevato livello economico della popolazione. Le automobili circolanti sono relativamente nuove, e comunque con un'età media inferiore al nostro parco auto. Forse avrete anche buttato un occhio ai prezzi delle abitazioni lassù... spesso sono da capogiro!
Ebbene, nulla di questo era visibile 16 anni fa. Le auto era molto vecchie, malandate. Vidi personalmente automobili ridotte così male da dover essere tenute insieme da funi per non far perdere i pezzi per strada. E le case allora avevano il prezzo di un garage qui da noi adesso.
Il mio primo viaggio in Irlanda avvenne per sbaglio. Con due miei amici volevamo fare le vacanze in Gran Bretagna. L'agenzia viaggi ci lasciò un pacco di cataloghi per farci un'idea. Forse volutamente, forse per errore, in mezzo al mucchio si era infilato un catalogo sull'Irlanda. Fu un attimo! Gettammo i cataloghi GB e optammo per visitare questo posto, all'epoca forse poco conosciuto ma che offriva paesaggi e atmosfere che ci sembrava di sentire anche attraverso le foto.
Furono 15 giorni che non dimenticherò mai! La cordialità della gente era qualcosa che noi non avevamo ancora provato in vita nostra. La natura così schietta che ammiravamo dai finestrini dell'auto, chilometro dopo chilometro, era una novità per noi che, in Piemonte, non abbiamo più molto di naturale ormai. Ci colpì anche la tranquillità e la gioia che la gente mostrava, pur vivendo in condizioni non eccelse. Capimmo che doveva essere un popolo speciale. Non sapevo molto su di loro. Tutto quello che imparai sull'Irlanda e la sua tormentata storia lo appresi negli anni successivi. Il primo grosso shock per noi fu al primo mattino che trascorremmo lì, quando a colazione ci fu presentato il solito piatto di fritto. Fu un impatto "violento", ce lo aspettavamo, ma l'esperienza diretta è sempre un'altra cosa. Ci abituammo in fretta, però.
In quei 15 giorni vedemmo diverse cose, ma per inesperienza e per leggerezza saltammo moltissimi altri luoghi principali. Una notte in B+B costava all'epoca tra le 9 e le 12 sterline irlandesi, equivalenti a le 17.500 lire e le 23.000 lire dell'epoca, cioè tra i 9 e i 12 euro. Si faceva un pranzo con non più di 5 sterline. In quei 15 giorni di vacanza io spesi in tutto circa 500 euro, più il volo e il noleggio auto.
Tornammo a casa nostra totalmente affascinati ed incantati. Per anni non feci altro che sognare di tornarci, di viverci per sempre. Ma negli anni successivi preferii visitare altri luoghi. Andai negli USA per un mese nel 1990 e in Canada per 15 giorni nel 1991. Il mio cuore però era rimasto in Irlanda.
Fu soltanto nel 1994 che riuscii a tornarci per la seconda volta, quando mi sposai e ci portai mia moglie in viaggio di nozze. E' inutile che vi dica che anche mia moglie ne fu colpita. Per lei era la prima esperienza all'estero. Le piacque moltissimo. Anche a me piacque, fui felice di tornarci, di calpestare quel suolo, ma mi accorsi subito che qualcosa era cambiato. Quello che sembrava un Paese povero era diventato moderatamente agiato. I prezzi ne erano un chiaro segnale. Alcuni posti, poi, erano trasformati, da renderli quasi irriconoscibili, altri luoghi erano semplicemente... scomparsi!
Fu il caso, ad esempio, di un bellissimo cimitero poco fuori Limerick, a Clarina. Può sembrare bizzarro trovare bello un cimitero, ma chi è stato in quei posti potrà essere d'accordo con me: molti di quei cimiteri hanno un certo fascino. Specie se sono molto antichi, come lo era quello di Clarina. Nel 1994 quel cimitero non c'era più. Lo cercai, ma non lo trovai. Al suo posto vidi un nuovo villaggio residenziale!!!
L'evoluzione verso il moderno continuò inesorabile negli anni successivi. Io e mia moglie, dopo il viaggio di nozze, tornammo in Irlanda praticamente tutti gli anni, ad esclusione del 1999 e di questi ultimi due anni, 2004 e 2005.
Le avventure e le esperienze che vivemmo in questi numerosi viaggi ve le racconterò un'altra volta. Penso di avervi già tediato abbastanza con questo (troppo) lungo post. 
Per ora vi ringrazio per avermi letto! Alla prossima!!!
Slán Agat!
Antonio
La Rinascita Gaelica In Irlanda
Il canto di una voce umana
si conserva più a lungo del canto di un uccello;
le parole sopravvivono alla ricchezza
e ai fasti di questa terra.
Proverbio dei narratori di fiabe irlandesi
Il Recupero Della Cultura Celtica: Storia E Personaggi Che Hanno Fatto La Rinascita Gaelica In Irlanda
Nessuna nazione al mondo ha tramandato fedelmente e devotamente le proprie fiabe, saghe e leggende come l'Irlanda. In nessun'altra nazione al mondo la tradizione narrativa orale è rimasta viva così a lungo. In nessun'altra nazione al mondo essa è stata quasi un bisogno esistenziale.
Non c'è quindi da stupirsi se, dopo il raggiungimento dell'indipendenza nel 1922, il governo repubblicano, del quale facevano parte non pochi poeti e dotti vicini con il loro programma estetico e culturale all'Irish Revival, promosse attivamente la raccolta di materiale folkloristico irlandese.
Questo patrimonio culturale secolare comprende le fiabe che i narratori, gli seanchai, delle campagne erano disponibili a raccontare ai compilatori, sentendosi quasi di compiere un dovere nazionale, le canzoni che i musicisti e i cantanti insegnavano agli emissari della Liga Gaelica, i versi teatrali che i poeti più vicini allo spirito celtico componevano, le danze eseguite in gruppo nelle feste di paese... Un vastissimo patrimonio che per fortuna non è andato perduto: oggi negli archivi della Commissione Irlandese per il Folklore di Dublino, conservati in una delle "Georgian Houses" nei pressi di Stephen's Green, si trovano un milione e mezzo di pagine manoscritte contenenti note e appunti relativi a materiale narrativo fiabesco e migliaia di matrici di cera e cilindri sonori del XIX secolo sui quali sono registrate le voci delle "fonti", i narratori.
La Commissione Irlandese per il Folklore fu istituita dal governo nel 1935, con il fine di raccogliere e catalogare il meglio della tradizione orale conservatasi fino a quel momento e tramandala ai posteri. In quello steso autunno furono nominati i primi compilatori "ufficiali": nessuno di loro aveva un titolo accademico, ma erano uomini e donne con una buona conoscenza dei dialetti locali dell'inglese e del gaelico e degli usi e costumi delle campagne. La loro attrezzatura di lavoro consisteva in un editofono, un predecessore dei dittafoni, usato soprattutto per la registrazione di lunghe fiabe e racconti folkloristici, mentre i testi brevi e le ballate venivano stenografati.
Quando la sistematica attività di raccolta della Commissione ebbe inizio, buona parte del lavoro pionieristico era già stato compiuto nel secolo precedente da amatori e dilettanti che ugualmente non volevano che l'immenso patrimonio culturale gaelico andasse perduto.
Nel 1825 un libraio londinese aveva pubblicato un libriccino intitolato "Fairy Legends And Traditions Of The South Of Ireland", che costituiva la prima raccolta scritta di saghe e fiabe tramandate oralmente. Il curatore, Thomas Crofton Crocker, nato a Cork nel 1798, era figlio di un ufficiale dell'esercito; residente a Londra, negli anni Venti del XIX secolo aveva spesso fatto ritorno nella sua terra natale, a Cork, Waterford e Limerick, e aveva sentito e trascritto queste storie durante le sue lunghe passeggiate nell'Irlanda del Sud.
Egli era una figura dai gusti e dall'attività perfettamente inseriti nello scenario del Romanticismo europeo, e questa sua passione per il folklore ottenne pieno riconoscimento da parte di Sir Walter Scott e dei fratelli Grimm: costoro tradussero il suo libro in lingua tedesca solo dopo un anno dalla sua comparsa in Inghilterra, intitolandolo "Irische Elfenmärchen". Il secondo e terzo volume della raccolta furono dedicati a Scott e ai fratelli Grimm.
Ma Crocker fu ben presto criticato per non aver rispettato i metodi dello studio del folklore nella sua attività di raccolta e trascrizione dei testi: quando udiva un frammento di racconto, lo trasformava in una storia compiuta.
Un compilatore la cui mentalità e atteggiamento costituivano, per così dire, il trait d'union tra i nuovi e i vecchi tempi, fu il libraio dublinese Patrick Kennedy, che trascorse i primi vent'anni della sua vita nella contea sudorientale di Wexford. In questa contea proprio in quel periodo si stavano verificando importanti mutamenti linguistici: i vecchi racconti non venivano più narrati in gaelico, ma le nuove generazioni cresciute in questa zona, soggetta fin dall'inizio a un forte influsso britannico, passavano all'inglese.
Il pub più a Ovest d’Europa
Céad Míle Fáilte an Kruger’s Pub

Dove bersi una pinta di Guinness stando praticamente in faccia all’America ma tenendosene debitamente a distanza, saldamente ancorati alla buona vecchia terra irlandese? Nell’unico pub più a ovest d’Europa, ovviamente. Esattamente a Dunquin, nella penisola di Dingle, co. Kerry, Ireland. Precisamente al Kruger’s pub, che, alla faccia del nome di nightmeriana memoria, è uno dei ritrovi più pacifici e familiari che si possano trovare Sì, perchè uno entra in un pub irlandese e comprende - solo guardando - dove sta davvero lo spirito di questo popolo sospeso fra acqua, nebbia, leggende e... birra. Sta qui, proprio in questi locali profondamente, indissolubilmente “pub”bblici... Qui entri e capisci subito che non è possibile, come da noi - dove il pub di stile irlandese è diventato un business di moda - , appartarsi in un tavolino da due o al massimo da quattro. No, qui non è proprio possibile... la struttura stessa è pensata per trovarsi e ritrovarsi, non per isolarsi. Se te ne vuoi stare con i tuoi pensieri, ti prendi la tua pinta e poi te ne esci sotto il cielo stellato, a offrire il respiro dolente al dio Oceano, che pietoso se lo porti via in qualche terra di nessuno...
Il bancone è come un porto dove approdano e partono verso nuove avventure esseri di ogni età che hanno lasciato fuori dalla porta tutto il brutto della giornata e sono decisi a godersi solo la compagnia e la risata lieve che nasce fra una chiacchiera e una canzone (la magia, in Irlanda, sta spesso nel fatto che tutti, ma proprio tutti, conoscono le canzoni che vengono proposte dai musicanti di passaggio... e il coro si intona senza imbarazzi portando di ognuno la voce diversa ma lo stesso impulso del cuore). Qui i tavoli sono sparsi come le sedie, piccole isole itineranti che si fermano per un po’ dove una storia le destina, e poi riprendono il viaggio senza mai avere un punto fisso. I divanetti non sono pensati come tane per le confidenze più segrete, ma foderano le pareti del locale, così non si crea mai la condizione di trovarsi faccia a faccia con una sola persona, ma piuttosto gomito a gomito con chiunque passi di lì, come in una inarrestabile Ceili dancing, sull’onda di un reel, termine coniato nel 1300 e che indica il primo ballo popolare “celtico” della storia. Entri e non trovi la coppietta isolata che cerca solo un proprio intimo tempo, o la brigata di militari in libera uscita a caccia di fauna locale, o il gruppuscoletto alternativo che beve la Guinness perchè fa tendenza ma “mi può togliere tutta quella schiuma per favore” (!!!)...
Qui non fai in tempo a varcare la soglia, che già un piccolo elfo biondo e scarmigliato ha sconfinato allegramente sui tuoi piedi, incurante delle eventuali conseguenze e tutto concentrato a trascinare il padre verso il biliardo per la “solita” partita, brandendo la stecca come una improvvisata lancia da torneo cavalleresco... al bancone un gruppo di ragazzine che non superano i quindici anni si assembrano con l’entusiasmo di fan da star non intorno a un attore o al più carino della compagnia, ma al cospetto di quello che sembra essere il nonno del villaggio, che felice come un bambino dispensa il suo sorriso con quattro denti e due no... ma è il sorriso salato e pepato di chi le ha viste nascere e crescere e festeggia con loro la stagione che passa... e brinda a quella che verrà. I richiami fra le famiglie passano sulla sua testa, lanciati a gran voce oltre il proprio quotidiano, ma anche profondamente calato in quella vita di tutti i giorni, così aspra e così dolce che non la puoi più staccare dalla pelle... però la puoi addolcire o ravvivare con una buona pinta in compagnia... e non importa se a sorridere è qualcuno che non vedrai più, fagocitato dalla sua storia e da una vita che non appartiene ai tuoi luoghi. Lo scambio, in quel momento, in QUEL preciso momento, è uno scambio di cuori, è il sorriso intenso che nasce dal sentirsi persona con un’altra persona, e alla base di tutto c’è il rispetto profondo per la vita, anche quando non la capisci. Del resto, in un pub sperduto, sul punto più a ovest d’Irlanda, quella parte di vita che non riesci fare tua, la puoi cantare e affidare al vento, sulla musica fiammeggiante di una jig, o su quella, intrisa di ardente pazienza, di una ballata. E si riprende il cammino.

Slàinte!
oggi
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