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Hallowe'en
Halloween è una festa annuale, ma che cosa festeggia esattamente? E come si è originata questa usanza? E', come alcuni credono, una venerazione del demonio? O è una inoffensiva rimanenza di un antico rituale pagano?
La parola stessa, "Halloween", effettivamete ha le sue origini nella Chiesa Cattolica. Proviene dalla contrazione di All Hallows Eve. Il Primo Novembre, "All Hallows Eve" (o Giorno di Tutti i Santi") è un giorno in cui i cattolici onorano i loro santi. Ma, nel quinto secolo prima di Cristo, nell'Irlanda Celtica, l'estate finiva ufficialmente il 31 ottobre. La festa era chiamata Samhain, il capodanno celtico.
Una storia dice che, in quel giorno, gli spiriti senza corpo di tutti quelli che erano morti l'anno precedente sarebbero tornati in cerca di corpi da possedere per l'anno a venire. Si credeva che fosse l'unica loro speranza nell'aldilà. I Celti credevano che tutte le leggi dello spazio e del tempo si fermassero in quel momento, permettendo al mondo degli spiriti di interagire con i vivi.
Naturamente, i vivi non desideravano essere posseduti. Così, nella notte del 31 ottobre, gli abitanti dei villaggi spegnevano i fuochi nelle case per renderle fredde e inospitali. Si vestivano in maniera macabra e si mostravano in cortei e parate rumorose in maniera da spaventare gli spiriti in cerca di corpi da possedere.
Probabilmente una migliore spiegazione del perchè i Celti spegnessero il fuoco non quella di scoraggiare le possessioni, ma di far sì di riaccendere i fuochi da una sorgente comune, dal fuoco druidico che rimaneva sempre acceso nel centro d'Irlanda, a Usinach.
Alcuni dicono che i Celti usavano bruciare in pubblico colui che si credeva fosse stato posseduto, per dare una lezione agli spiriti. Altre fonti smentiscono questa storia relegandola ad un mito.
I Romani adottarono alcune usanze Celtiche come proprie. Ma nei primi secoli dopo Cristo, Samhain era unita ad altre celebrazioni della tradizione Romana che si tenevano in ottobre, come il giorno in onore di Pomona, la dea romana dei frutti e degli alberi.. Il simbolo di Pomona è una mela, che spiegherebbe l'origine della moderna usanza di mordere le mele appese ad Halloween.
Lo stile delle pratiche cerimoniali cambiò nel tempo. Mentre la credenza della possessione da parte degli spiriti svaniva, la pratica di vestirsi come folletti, fantasmi e streghe assunse un ruolo maggiore nelle cerimonie.
L'usanza di Halloween fu portata in America negli anni 1840 dagli immigrati irlandesi che fuggivano dalla Carestia della loro terra. A quell'epoca lo scherzo preferito nel New England era quello di picchiettare sulle case in periferia o quello di scardinare le porte dei recinti.
L'usanza del Dolcetto-o-Scherzetto si crede che sia stata originata non dai Celti, ma l'usanza Europea del nono secolo chiamata "souling". Il due novembre, giorno dei defunti, i primi cristiani andavano di villaggio in villaggio elemosinando i "dolci delle anime", fatti di fette quadrate di pane e uvette. Più dolci gli elemosinanti ricevevano, più preghiere promettevano di recitare in onore dei defunti delle famiglie dei donatori. A quel tempo si credeva che i defunti rimanessero nel limbo per un certo tempo dopo la morte, e che le preghiere, anche di sconosciuti, potevano accelerare il passaggio delle anime dal limbo al paradiso.
L'usanza della lanterna deriva probabilmente dalla tradizione irlandese. Un storia racconta che un uomo chiamato Jack, un noto ubriacone e imbroglione, ingannò Satana facendolo salire su di un albero. Jack, poi, incise una croce sul tronco dell'albero, intrappolando il diavolo in cima all'albero. Jack fece un patto con il demonio, che se non lo avesse mai più tentato, lui lo avrebbe fatto scendere dall'albero.
Secondo la tradizione popolare, dopo la morte di Jack gli fu negato l'ingresso al paradiso per via dei suoi modi demoniaci in vita, ma gli fu anche negato l'ingresso all'inferno perchè aveva ingannato il demonio. Invece, il demonio gli concesse un tizzone ardente per illuminare il suo cammino nella fredda tenebra. Il tizzone fu posto all'interno di una rapa svuotata per tenerlo acceso più a lungo.
Gli irlandesi usavano le rape come prime lanterne in origine. Ma quando gli emigranti arrivarono in America scoprirono che le zucche erano più facilmente reperibile che non le rape. Così "Jack-O-Lantern" in America era costituito da zucche svuotate e illuminate con un tizzone.
Così, sebbene alcuni culti abbiano adottato Halloween come loro festa preferita, il giorno in sè non presenta pratiche malvagie. Nacque come rituale dei Celti per celebrare il nuovo anno e come rito di preghiera nell'Europa Medievale. E oggi, perfino molte chiese fanno feste o organizzano incontri con i bambini per svuotare le zucche. Dopotutto, il giorno stesso è malvagio per come uno lo vuole rendere.
Una storia irlandese
La forza di redimerci passa attraverso un respiro largo.
Lo stesso respiro che riempì la mente di Pat mentre l’auto sfrecciava veloce su quella che anni prima doveva essere stata una strada principale. Ma in Irlanda, si sa, le strade appaiono e scompaiono senza preavviso, come se seguissero un po’ delle traiettorie fatate. Come piccoli gioielli rilucenti, i villaggi incastonati nelle montagne intorno a Dublino lo salutavano nella mattina rosata, rutilanti frammenti di vite incessanti. Casette... tante minuscole casette lo accompagnavano nel suo viaggio verso Shannon e verso se stesso, a prendere un aereo che lo avrebbe portato lontano da lì... troppo lontano. Ma in Irlanda si guida così: ci si perde nelle campagne costellate di casette di pan di zucchero, si cercano di evitare i bus dalla guida sportiva che spuntano all’improvviso da dietro una curva, e soprattutto ci si concentra per non mancare i cartelli con le indicazioni, che hanno la caratteristica di essere sistemati esattamente nel punto dell’incrocio. Il che obbliga, saggiamente, a rallentare se non a fermarsi per evitare di affrontare la curva a gomito. Pat aveva il vantaggio di conoscere bene il tragitto. Anche se in Irlanda ogni strada si percorre come se fosse la prima volta: basta la luce a farne ogni giorno uno scenario diverso, un luogo sospeso a cui affidare pensieri e speranze. Pat, lasciò che un sorriso lontano si impossessasse della sua bocca sincera.
La musica, riversandosi in calde ondate dall’autoradio, si diffondeva nell’abitacolo permeandone gentilmente i rivestimenti. Le note che si rincorrevano argentine e iridescenti, rimbalzavano impertinenti contro i pensieri di Pat. Pensieri che viaggiavano veloci, si inseguivano, si incrociavano e fuggivano via come le automobili sulla strada. Era una musica molto bella. Piena, intensa, struggente. Andava dritto al cuore. Non c’era attimo della giornata in cui non ascoltasse musica, da irlandese purosangue. Anche mentre guidava. Soprattutto mentre guidava. Si lasciò invadere dall’onda potente di quella melodia trascinante.
Pat istintivamente rallentò, colpito alla stomaco dal maglio crudele della nostalgia. Non si è mai abbastanza bravi a nascondersi a se stessi. Pat si fermò. Come si era fermato tanti anni prima, con gli occhi vuoti come un albero secco, i nervi divelti come binari morti, a chiedersi perché. Finchè quella terra, la SUA terra, gli aveva dato le uniche risposte in grado di rendergli gli occhi nuovamente trasparenti.
“Punto panoramico”, indicava il cartello sullo spiazzo: chissà che non fosse riuscito a dare davvero uno sguardo d’insieme a tutta la sua vita, da lì, tanto per capirci qualcosa... Aprì lo sportello dell’auto e uscì dall’abitacolo, rimanendo però un po’ come a metà fra due dimensioni, una mano ancora sul volante, l’altra appoggiata sul bordo superiore della portiera, un piede a terra e uno ancora sul pianale, quasi che l’impeto del suo movimento fosse stato placato dalla bellezza solenne che gli si parava di fronte. A perdita d’occhio, davanti al suo sguardo affondato nell’orizzonte, si apriva la piana sconfinata dello Shannon. Il nastro splendente del fiume riluceva come la lama di una spada guerriera, lasciata lì a riposare nella quiete di un bosco celtico. Doveva aver piovuto da poco e quella luce lavata dall’acqua, che baciava tiepida e gentile la roccia, scendeva silenziosa, consolante, fino a toccare anche il cuore sdrucito di Pat. I verdi prati d’Irlanda si asciugavano al sole in un’atmosfera lucente intrisa di pulviscolo d’oro. Il ritmo lento e possente dello Shannon che lambiva da secoli i prati silenziosi di Clonmacnoise parlava chiaramente a Pat: continua, continua... la morte deve essere un esplicito rifiuto di arrendersi. La luce albicocca si stemperava nelle acque del fiume solcate da un pigro ferry-boat, e ammorbidiva le ombre delle croci che si allungavano sul sacro terreno. La sera calava quieta, portando con sé tutti i suoni sussurrati, carichi di sogni notturni, che Pat amava ascoltare da bambino disteso a pancia in su vicino allo stagno. L’aria si alleggeriva degli affanni giornalieri e galleggiava innocente in attesa di prendere forma. Quante volte Pat aveva cercato quel momento di nessuno in cui non è più giorno e non è ancora sera, e nel magato stupore che coglieva tutta la natura intorno, riusciva a trovare la calma necessaria per ridersi addosso. Il tramonto si risolse in un singhiozzo di luce.
Si lasciò accarezzare da un soffio di vento, cullando l’idea che fosse il tocco di un folletto. Sorrise di se stesso e di quel suo bisogno di consolazione. Osservò nuovamente le linee morbide, svaporate della vallata. «È tutto così bello, qui; questa regione a tratti è selvaggia, fiera, epica. Ma le sue curve sono dolci, accoglienti. Si passò una mano nervosa sui capelli cortissimi, stordito dal dolore di un uomo a metà.
Guardò stancamente i suoi rimorsi stesi ad asciugare nel vento della sera. Prima o poi avrebbe dovuto prendersi cura di quel suo bucato desolato e grigio.
Appoggiò la memoria ferita alle antiche pietre tinte di viola dal crepuscolo. Davanti ai suoi occhi, ancora una volta, stava la grande saggezza degli irlandesi: affidare al tempo e al destino l’opera di altri uomini che in altri giorni avevano posto pietre e croci a segnare un punto ben preciso per motivi ben precisi, ora quasi incomprensibili. Ma è nella natura umana creare, per relazionarsi a quell’universo inconoscibile e metafisico dell’Altro Mondo, delle immagini solide, concrete, a cui appendere il proprio guardaroba di credenze, di vita, e di morte. Si continuava a provare rispetto per quelle forme di preghiera, lì in Irlanda. Tutto veniva lasciato dov’era, lasciato agli insondabili ma saggi disegni della natura. E infatti, a ideale - ma neanche troppo considerando la loro indiscutibile fisicità - commento, il lento, perenne ruminare delle impassibili e imperturbabili mucche d’Irlanda. Per il sangue irlandese che gli scorreva nelle vene, Pat si disse che anche lui doveva lasciare i suoi monumenti lì dove si erano radicati. Salì in auto e ripartì. L’ultima luce esalava dalle colline come il fiato condensato di mille folletti.
Arrivò a Corofin che era sera inoltrata. Dopo essersi procacciato una stanza nell’unico ostello, che pareva abitato da lui solo e forse da un leprecauno a fare da gestore, decise che la giornata doveva concludersi con una passeggiata senza meta. Un passo particolarmente leggero lo portò di fronte alla vetrina di una dimessa ma linda friggitoria. Un profumo inconfondibile gli solleticò le narici e il palato, e un guizzo ragazzino gli illuminò gli occhi: entrò e uscì poco dopo dal negozietto con un’espressione vittoriosa dipinta sulla faccia, tenendo trionfalmente in mano il suo sacchetto pieno di onion rings, gli anelli di cipolla fritti di cui era sempre stato goloso e che in quegli anni, mentre era lontano da casa, gli avevano spesso suscitato una languida nostalgia alimentare. Gli sarebbero mancati, gli onion rings. E anche tutto il resto. L’Irlanda era la sua terra, comunque. Gli scorreva nel sangue con le stesse repentine variazioni atmosferiche, gli stessi salti di luce e di colore che caratterizzavano i suoi cieli solcati dalle bianche, maestose nuvole atlantiche. Ma fu solo un attimo. La schiena di Pat tornò dritta, e il passo deciso. Si allontanò da se stesso riflettendo su quale grande potere avesse a volte l’odore del cibo.
L'ultimo principe d'Irlanda

Irlanda, 24 dicembre 1601. La Guerra dei Nove Anni si chiude con la sanguinosa battaglia di Kinsale e con la vittoria degli inglesi: la nobiltà gaelica, che ha dominato l'isola per duemila anni, si deve infine sottomettere a Elisabetta I. Eppure la speranza non può morire: tornato al suo castello di Dunboy, Donal Cam O'Sullivan raduna un manipolo di mille uomini e donne e, il 31 dicembre 1602, si mette in marcia verso Leitrim, deciso a chiedere aiuto e sostegno all'amico Brian O'Rourke. Ma quel viaggio di trecento miglia verso l'ultimo possibile rifugio si rivela un'autentica odissea: in balia della fame e del freddo, umiliati dalla sconfitta, sotto il tiro degli inglesi e persino degli irlandesi fedeli alla nuova sovrana, O'Sullivan e i suoi coraggiosi seguaci affrontano il loro destino con nobile fermezza, ben sapendo che forse quel loro gesto eroico sarà del tutto inutile… La «marcia di O'Sullivan» – un trionfo di coraggio, passione e sacrificio – è ricordata ancora oggi in Irlanda come una delle imprese più epiche e avvincenti nella storia del Paese, un'impresa che Morgan Llywelyn, con la consueta maestria, ci ripropone in tutta la sua drammaticità grazie a una narrazione vibrante in cui risplende lo spirito indomabile di un grande popolo.
Rieccomi!
Ancora preso da mille impegni, tra lavoro, lavori nel condominio in cui abito e tempo libero da dedicare alle persone care, non ho terminato i miei post da inserire qui. Sono riuscito però a fare il DVD con menu, titoli, musiche di sottofondo e tutto il resto. Quindi per il momento vi lascio solo una foto, mostrandovi chi mi sta aiutando nella composizione.

Un caloroso abbraccio a tutti coloro che passeranno da qui.
Vat 69
L'Irlanda secondo me – Parte II
Oltre all'Irlanda delle pietre, io trovo molto affascinante anche l'Irlanda delle vecchie chiese e dei castelli in rovina.
Anche di questi l'Irlanda è piena ed è impossibile visitarli tutti.
Chiese e abbazie sono numerose in quasi tutte le contee. E' bello entrare in questi luoghi ancora permeati di religiosità. Sono pressoché tutte in rovina, distrutte dagli inglesi alla fine del XVII secolo. Queste strutture in pietra avevano il tetto sostenuto da travi in legno. Proprio per questo motivo non uno di questi tetti è ancora presente. Spesso non erano solo chiesa, ma anche luogo di dimora dei frati. Durante gli attacchi degli inglesi le chiese e le abbazie venivano devastate, saccheggiate, date alle fiamme. I monaci e i frati erano sistematicamente uccisi. Visitando queste rovine sembra di sentire ancora la pace che questi luoghi di preghiera e di studio infondevano nei loro abitanti. E magari anche il dolore delle ultime fasi dell’esistenza di queste strutture. Si può passeggiare intorno ai chiostri, o a quello che ne rimane, entrare nelle stanze, nei refettori, nella chiesa vera e propria. Si respira un senso di eternità. Molto spesso questi luoghi sono poco visitati dai turisti, a meno che non siano luoghi di un interesse tale da essere catalogati e suggeriti nelle guide turistiche. In alcuni di questi casi, però, l'ingresso è a pagamento. E allora il parcheggio sarà ben accessibile, ci sarà un percorso sicuro e pulito per la visita.

Tantissime altre volte, invece, le rovine sono lì, abbandonate nei campi. Sono delle silhouette che al mattino si stagliano all'orizzonte, in mezzo alla foschia che si dirada con il sole. Sembrano uscire dal nulla, emergere dal passato. Non ci sarà il posto per lasciare l'auto e quindi la visita sarà sì difficoltosa, ma sicuramente appagante perché si saprà di certo che nessun altro potrà disturbarci.
Ed è così che molte nostre mattine in vacanza sono cominciate. Arriviamo con l'auto nel punto più comodo e poi, scavalcando recinti, fili spinati e muretti, ci incamminiamo verso la meta. Intorno a noi solo pecore e mucche che ci fanno da ala mentre ci avviciniamo. Le abbazie sono disabitate, ma non deserte. Sono ormai la dimora di corvi, cornacchie e rondini che cominciano a volarci sulla testa, forse disturbate dalla nostra visita, forse in festa per darci il benvenuto. Gli unici rumori sono il gracchiare e il garrire degli uccelli alternati al rumore dei nostri passi sulla ghiaia e sulle pietre di queste rovine. Respiriamo quell'aria che sa di medioevo e poi cominciamo a fotografare ogni scorcio di questi pezzi di storia. Ogni tanto queste chiese ed abbazie racchiudono anche un piccolo cimitero ed è affascinate osservare l'età di certe lapidi. Si leggono date anche della fine del 1600. Ovviamente sono lapidi poste dopo la distruzione dell'edificio religioso, ma se si è particolarmente fortunati ogni tanto si può notare qualcosa di molto più antico.
I castelli, invece, subiscono da parte delle autorità un trattamento diverso. Molto spesso, infatti, il luogo è chiuso al pubblico con transenne e cancelli. Evidentemente la struttura di queste rovine è più pericolante di quella delle chiese e per motivi di sicurezza il pubblico non vi può accedere. Ma un vero appassionato non si lascia fermare da queste barriere e dove possibile noi in genere scavalchiamo la recinzione di sicurezza e visitiamo ugualmente il luogo. In questi casi, però, l'auto la lasciamo un po' più distante in modo da non dare sospetti.
Ricordo con un po' di nostalgia una visita all'abbazia di Kells, Co. Kilkenny. In viaggio di nozze avevamo fatto visita per puro caso a queste rovine. Erano qualcosa di incredibile! Il luogo era vastissimo, sembrava una piccola città all'interno delle sue mura. tutto intorno niente, solo la campagna irlandese, con le sue pecore e i suoi muretti a secco. Stranamente non c'era un cartello o una spiegazione che illustrasse il luogo. Non ne conoscevamo neppure il nome. Fu soltanto 6 anni dopo che riuscimmo a ritrovare il posto. Questa volta le indicazioni c'erano, ma il luogo era inaccessibile per ordine delle autorità. Entrammo di nascosto, dopo aver attraversato allo scoperto, la fase più difficile, almeno 150 metri di campagna. Ci rimanemmo quasi un'ora, fantastico! Alla fine della visita, sempre di soppiatto, lasciammo il posto. Ma... ecco che sul lato della strada dove avevamo lasciato la nostra auto c'erano altre due auto parcheggiate. Fingemmo indifferenza. Passò anche un'auto della Garda. Ci prese il panico. Il poliziotto ci guardò, ma poi proseguì. Un uomo accanto alla sua auto dietro la nostra ci chiese che cosa c'era da vedere in quelle rovine, noi rispondemmo che non lo sapevamo, perchè era tutto chiuso. Una bugia. Ma ci toccò farlo per evitare che si creasse un flusso di persone che avrebbe portato conseguenze spiacevoli a loro e al luogo. Un luogo che traeva la sua bellezza dalla solitudine del posto.
Una sola volta rimpiansi che l'abbazia che stavamo visitando fosse distante da tutto. E che io fossi anche poco pratico della zona, in quanto turista. In mezzo alle rovine di un'abbazia in Co. Tipperary trovammo due giovani cornacchie ferite. Erano sicuramente cadute, o gettate, dal nido. Erano quasi implumi, tremavano di freddo, di paura e di dolore. Ricordo una di loro con la zampina spezzata. Le raccolsi e le portai in un luogo elevato e soleggiato, nella vana speranza che i loro genitori le potessero recuperare. Ma sapevo bene che le probabilità di una morte a breve erano alte. Forse neanche un veterinario mi avrebbe dato retta, non ci avrebbe neppure provato a salvarle: ce ne sono così tante da quelle parti...
Eppure mi rattristai moltissimo e non capii perché mi dovevo sentire così impotente. La visita presso quell'abbazia è dolorosamente abbinata a quel ricordo, e non posso fare a meno di pensare a quei poveri esserini ogni volta che penso a quella bellissima mattinata d’estate...
A noi piace moltissimo visitare rovine e vecchi monumenti megalitici in completa solitudine. Lo troviamo il modo migliore per assorbire appieno le sensazioni che questi luoghi trasmettono. Ma occasionalmente ci siamo trovati in compagnia di qualcuno tutt'altro che spiacevole: un cane. Un cane che poteva essere di passaggio oppure era di compagnia nella cascina poco distante. Ed è sempre stata un'esperienza simpatica. Non abbiamo mai trovato neanche un solo cane nervoso o aggressivo, ma solo animali scodinzolanti e lieti di rendersi utili in luoghi altrimenti così monotoni. Ci correvano dietro, ci precedevano, ci affiancavano con un ramo tra i denti, per invitarci a giocare, a lanciare il ramo e lasciarci osservarli mentre ce lo riportavano ai piedi.
Una sola volta avemmo come compagno un agnellino, un’altra volta un cavallo che ci seguiva al di là del suo recinto.
La natura, in Irlanda, è amica in ogni sua forma!
L'Irlanda secondo me - Parte I
L'Irlanda offre un certo ventaglio di stili di vacanza sul suo territorio. C'è chi la visita per le birre e le birrerie, chi per la natura, chi per l'arte, chi per la storia, chi per l'artigianato locale.
Il mio primo viaggio, come credo il primo viaggio di chiunque sia andato in Irlanda per la prima volta, fu un po' confuso. Era il 1989, non ebbi il tempo, e forse non avrei neanche avuto molte fonti, per informarmi prima. Partii alla cieca, con una lieve infarinatura e un lungo elenco di posti "must-see". Di quella lunga lista vidi forse meno della metà. Ma l'entusiasmo per quello che avevo visto era tale da non farmi troppo rimpiangere ciò che avevo perso.
A dire il vero anche il secondo viaggio, nel 1994, non fu all'altezza. Ma lo ricordo con particolare affetto e nostalgia dato che fu il mio viaggio di nozze. Riuscimmo a vedere moltissime cose, replicando anche ciò che io avevo visto 5 anni prima, in modo da farlo vedere pure a mia moglie.
Ci tornammo a cadenza regolare anche negli anni successivi. Il nostro secondo viaggio fu in dicembre del 1995. Volemmo vedere l'Irlanda in inverno, magari con l'atmosfera natalizia. Le giornate cortissime ci costrinsero a fare tappe veloci e ben mirate. Ma fu bellissimo lo stesso.
Il terzo viaggio fu vuoto di visite. Questo fu il viaggio che organizzammo per tastare il terreno e vedere se ci era possibile trasferirci lassù per sempre. Già! Eravamo rimasti affascinati all'inverosimile. Non potevamo più vivere distanti da quella terra. Dovevamo per forza viverci. Contattammo l'Ambasciata Italiana a Dublino, visitammo la Camera di Commercio, ritirai plichi e documenti per iniziare un'attività commerciale. Nei precedenti viaggi avevamo per scherzo sbirciato nelle vetrine delle agenzie immobiliari e i prezzi erano allettanti. Avremmo potuto farcela senza nessuno sforzo. Ma i conti furono fatti senza l'oste. Infatti nel frattempo la Tigre Celtica aveva affilato gli artigli e aveva cominciato a ruggire. I prezzi avevano preso una rapida impennata. Nonostante avessimo cercato bene non riuscimmo a trovare nessuna casa che potesse rientrare nel nostro raggio di azione economico. Non volevamo sbilanciarci con la cifra, perchè i soldi ci servivano per ripartire anche dal punto di vista lavorativo. Disillusi e delusi tornammo a casa nostra. Ma da quell'anno in poi cominciammo a visitare l'Irlanda con un altro spirito, con più grinta.
Fu così che le nostre vacanze iniziarono ad essere pianificate con mesi di anticipo. Non tanto per quello che riguardava il volo o le date, ma per quello che riguardava le tappe e gli itinerari. Era necessario uno studio approfondito. In genere cominciavamo a studiare le mappe sei mesi prima. Acquistavamo guide su guide, anche rinomate e costose. L'idea era quella di mettere insieme più nozioni possibili e raggruppare tutti i luoghi di interesse, posizionarli su una cartina e cercare di unire i puntini come un gioco di enigmistica. Il 1998, il 2000 e il 2001 furono anni molto fruttuosi dal questo punto di vista. Arrivammo a completare l'elenco di tutti i luoghi che le guide turistiche ci avevano elencato aggiungendone anche di alcuni trovati per caso. Ma fu proprio nel 2001 che decidemmo di abbandonare le escursioni come consigliate dalle guide stampate. In quell'anno, infatti, ci spostammo seguendo i consigli dell'ultima edizione della Lonely Planet. Purtroppo si rivelò un disastro, le direzioni e i luoghi indicati su quelle pagine contenevano troppi errori. Sprecammo tempo e chilometri ad inseguire errate indicazioni.
Era necessario un salto di qualità. Ci affidammo così ad internet. La rete è un vero tesoro di informazioni. E per di più è gratuito e facilmente controllabile e verificabile in maniera incrociata. Scoprimmo così quale era la nostra vera vocazione. Fu come vedere la luce dopo un lungo periodo di penombra. Non era un'uscita dal buio, perchè dopotutto non avevamo perso tempo nè avevamo vagato inutilmente nelle tenebre. Ma fu come tornare a respirare, perchè era quello che da tempo l'istinto ci chiedeva di fare: la ricerca e lo studio dei Megaliti.
L'Irlanda è costellata di questi monumenti. Ce ne sono in ogni contea, non c'è angolo di nazione esente da questa ricchezza. Alcune contee sono più ricche di altre, però.
Visitare un monumento megalitico richiede un approccio e una preparazione non comune. Richiede infatti di avvicinarsi al luogo innanzitutto con profondo rispetto, in alcuni casi un rispetto che può diventare sudditanza. I luoghi sprigionano una carica di mistero e di magia, una carica che in alcune persone risveglia delle sensazioni primordiali. Spesso ci si sente parte del luogo, alle volte sembra di sentirsi proiettati all'indietro di 3000 o 4000 anni. Si è, per alcuni istanti, o minuti, come estraniati dal contemporaneo e isolati in una campana di silenzio e sensazioni antiche. Spesso si ricevono sensazioni così meravigliose da non voler più andare via.
Non sempre è possibile, però, vivere questi luoghi come si vorrebbe, vuoi perchè il sito è troppo vicino ad una strada trafficata, vuoi perchè il sito è così noto da attirare altre persone nello stesso momento. Se si è fortunati, le altre persone vivono il luogo con lo stesso rispetto e quindi, dopo i saluti di cortesia, si osserva il luogo in quasi completo silenzio, senza ostacolarsi gli uni con gli altri. Quando va male la gente è così numerosa o così chiassosa da rovinare completamente l'atmosfera. In genere, in questi casi, con un po' di pazienza si può aspettare che gli altri se ne vadano via per continuare la visita in tranquillità.
Fortunatamente la maggior parte di questi luoghi sacri o rituali sono al di fuori dell'interesse del turista medio e, per aggiungere un margine di sicurezza, sono anche spesso situati in luoghi poco praticabili. Spessissimo, infatti, non sono raggiungibili in auto. E' necessario lasciare il veicolo in un posto che non dia impaccio alla circolazione e continuare a piedi arrampicandosi su pietraie, colline fangose oppure bisogna avventurarsi in campi in cui l'erba arriva alle ginocchia, e magari è pure bagnata per le continue e onnipresenti piogge. A volte mandrie di bestiame creano un'ulteriore barriera al raggiungimento dei monumenti. E questi, neanche a farlo apposta, oltre ad essere quasi totalmente sconosciuti, sono anche i luoghi più belli.
In sostanza il "turismo delle pietre" è autoselezionante. Solo chi è realmente motivato si spingerà a cercare luoghi normalmente inaccessibili. Ma oltre all'incentivo dell'interesse è necessaria anche una minima preparazione sia fisica che psichica. Non tutti, ad esempio, si arrampicherebbero per oltre un'ora, camminando anche sulle mani, per raggiungere un cumulo di sassolini in cima ad una collina senza strade. Molta meno gente si avventurerebbe in un pascolo per raggiungere un mucchio di sassi sapendo che un c'è toro pronto a difendere il suo territorio.
Per molti, la sola idea di fare fatica per raggiungere un sasso "privo di significato" è sufficiente per farli desistere.
Fu con una fatica simile, e con la minaccia della pioggia, che arrivammo a toccare il tumulo che secondo la leggenda racchiude le spoglie della sanguinaria regina Medb sulla cima del Knocknarea. Nessuno ha mai osato indagare su che cosa sia contenuto nel tumulo, ma il dubbio che ci sia proprio la regina, e conoscendone la cattiveria, può bastare ad accettare il luogo per quello che si dice che sia.
Oppure posso ricordare la scalata di una collina fangosa e immersa nella nebbia per arrivare allo sconosciuto Dromroe Stone Circle.
Dopo un'intera giornata trascorsa alla ricerca di luoghi come questi si arriva a sera piuttosto stanchi e con le scarpe e i vestiti pieni di fango. Ma la gioia per aver toccato con mano luoghi che hanno rappresentato molto per delle popolazioni di cui non si ha più traccia è enorme. Alla fine della vacanza torniamo a casa con un bagaglio di sensazioni ed esperienze uniche. Parenti e amici ci chiederanno che cosa abbiamo visto e quando diremo loro che abbiamo trovato 20 nuovi cerchi di pietre e 15 tombe dell'Era del Bronzo ci guarderanno stupiti e forse anche sorridenti.
Ma questa è la Nostra Irlanda! Ed è questa che continueremo a visitare.
Salve a tutti. Sono un nuovo arrivato in questo fantastico blog.
A causa di impegni pressanti di lavoro non ho ancora avuto modo di terminare i post e le foto che avrei voluto inserire: non riesco a sintetizzare in poche parole le mie esperienze in Irlanda.
Intanto vi lascio una prima foto come antipasto:
Ringrazio nuovamente la mitica Antonella per l'ospitalità.
A presto.
Vat 69
Il Triskell - introduzione a un famoso simbolo celtico
Il triskell è un simbolo celtico molteplice, magico e druidico. Il suo nome deriva dal greco tris (tre) + keles (gambe), è anche il simbolo ufficiale della Britannia, e il fatto che il simbolo dell'Irlanda sia un trifoglio non è per niente casuale.
I suoi tre riccioli, meglio detti volute, sono crescenti da sinistra verso destra, come il sole, nonostante la rappresentazione comune le voglia tutte uguali.
Il suo simbolismo è vario: fondamentalmente, rappresenta la ciclicità cosmica, riproducendo graficamente le tre fasi solari alba-mezzogliorno-tramonto, ma anche il passato-presente-futuro.
È sopravvissuto anche dopo la cristianizzazione delle terre celtiche, divenendo simbolo della trinità: basta notare le forme trilobate delle finestre delle chiese gotiche, o le finestre di vetro piombato medievali che talvolta mostrano tre lepri che si rincorrono e le cui orecchie formano al centro un triangolo.
Altri simboli possono esssere le tre età dell'uomo infanzia-maturità-vecchiaia [Digressione: avete presente l'indovinello della Sfinge di Tebe a Edipo? Qual è quell'animale che la mattina cammina su quattro zampe, il pomeriggio su due e la sera su tre? È l'uomo, che da giovane gattona (la mattina su quattro zampe), da adulto cammina eretto (il pomeriggio su due) e da vecchio si sorregge sul bastone (la sera su tre). Non sembra ricollegabile? Pensate che è comparso per la prima volta in una tragedia greca del V secolo a.c., "Edipo Re" di Eschilo], le tre nature della divinità umana-animale-vegetale, i tre aspetti della Dea madre-figlia-sorella, i tre elementi del mondo terra(=cinghiale)-acqua(=pesce)-aria(=drago), che con il loro movimento rappresentano il quarto elemento, il fuoco, normalmente riassunto nel cerchio che incornicia il triskell.
La Trinacria Siciliana, il simbolo della città di Agrigento, ricorda molto da vicino un triskell, rappresentando tre uomini in ginocchio, con particolare rilievo sulle tre gambe, che riproducono le tre volute: dopo tutto, anche nello stesso nome è racchiuso il significato di “gamba”. Gambe corazzate, disposte in questa combinazione, formano anche l'emblema dell'Isola di Man, con il motto stabit quocumque ieceris (=tornerà in piedi dovunque lo si getti). Anche lo stemma di Fuessen, in Baviera, mostra un treppiede.
Si possono poi aggiungere tutte le svariate valenze che il numero 3, numero perfetto per eccellenza, ha assunto nelle culture di tutto il mondo, non ultima la trinità cristiana, i tre aspetti della dea Morrigan celtica (Badb, Macha, Morrigan), le tre Grazie, le tre Parche greche, con il loro corrispettivo germanico delle Norne, la Trimurti indù, le tre Erinni o le tre Eumenidi della mitologia greca, le nove Muse, che sono tre per tre, la divisione alchemica del mondo in corpus, anima et spiritus o sal, sulphur et mercurius.
grazie x avermi dato la possibilità di scrivere su qsto blog ^^
io a Dublino ci sono andata in gita con la scuola! Mi è piaciuta un sacco.. Siamo andati all guinnes e alla distilleria di wisky Jameson.. l'ultima un pò pallosa ma cmq interessante anke x i negozietti che si trovano all'interno pieni di cose carine (ma 1 po' care). abbiamo alloggiato all'avalon house, un ostello molto carino dove si possono conoscere 1 sacco di pesone!!! una cosa che mi aspeetavo era di trovare la città piena di negozi con oggetti tipo fate gnomi e folletti, invece neanche l'ombra!!
poi abbiamo visitato il Trinity College e la sua Old Library che è bellissima, la National Gallery , la Christchurch Cathedral e anche la meno nota St. Michans’s Church: nella cripta sono conservate alcune antichissime mummie (una è addirittura di un crociato!!) .. nn è male anche la visita alla Dublin’s Viking Adventure dove è stato ricostruito un villaggio vichingo con tanto di abitanti in carne ed ossa..!!
x finire abbiamo visto St. Stephen Green, il parco della città e Grafton Street, piena di artisti di strada e di negozi !!!! ..mi piacerebbe tornarci presto x poterla conoscere un po' più a fondo ^^
Per prima cosa ringrazio l'ideatrice di questo blog per avermi invitato a prendervi parte.Che dire? Come molti connazionali e non sento il fascino di questa terra intensamente verde e dal mare tempestoso.
L'Irlanda è unica nel suo genere..terra antica di tradizioni antiche dove culture a volte agli antipodi si uniscono per crearne una unica solo a se stessa..e nonostante carestie ,guerre e privazioni di ogni genere ha dato forma a perle uniche nella storia delle letteratura mondiale (a questo proposito mi piace citare una frase di Samuel Beckett secondo il quale gli scrittori irlandesi "Sono stati messi al mondo a calci in culo dall'esercito inglese e dalla Chiesa di Roma..")
Proprio rimanendo in tema di letteratura ho piacere di suggerire 1 opera contemporanea (tra le moltissime in circolazione) per il suo fascino:
per chi legge in lingua originale (purtroppo non è ancora stato tradotto in italiano,speriamo lo sia presto)è questa--
Eilís Dillon :Across the Bitter Sea
A partire dalla desolazione dell'Irlanda dopo la Grande Carestia, questo avvincente romanzo traccia le tappe della lotta per l'indipendenza irlandese, raccontata attraverso le vite di tre individui i cui destini si intrecciano: Morgan Connolly, il rivoluzionario squattrinato, Samuel Flaherty, il generoso proprietario terriero che ha profondamente a cuore la sorte del proprio paese e Alice McDonagh, la figlia della favorita che il vecchio Flaherty si era tenuto in casa. Alice ama entrambi gli uomini ma sposerà Sam. Appassionato, commovente, comico e tragico allo stesso tempo, Across the Bitter Sea é un romanzo di proporzioni epiche che abbraccia sette decadi e tre generazioni.
il Sunday Times di Londra lo ha definito : "Un romanzo davvero notevole ... un vasto scenario di sofferenze, frustrazioni e amarezze ... una delle storie d'amore più appassionanti e convincenti che abbia letto ... un romanzo degno di Zola."

”Spirito”... irlandese
Da questo libro...

...il brano che segue. A mio parere è emblematico di quel certo disincantato ma prezioso “spirito” irlandese, capace di andare oltre se stesso perchè dalla natura ha imparato il valore dell’accettare le cose. Che, a volte, è davvero l’unico modo di venirne fuori illesi, soprattutto quando la realtà - dura come spesso sa essere - non può essere cambiata. E allora è meglio trovarci un lato buono. 
Curiosamente, essere nell’Ulster mi fa pensare all’altra
Irlanda. Mi ci fa pensare in un modo strano, traverso. Prendete la questione delle tasse, ad esempio. È noto che nel secondo dopoguerra la Rebubblica d’Irlanda offrì (e forse offre ancora, anzi: dovrei
informarmi) l’esenzione fiscale a tutti gli scrittori e gli artisti di professione che avessero deciso di trasferirsi sul suo suolo, consentendole così di rimanere il “nido di uccelli canori” che era stata al tempo di Yeats e di Joyce. Un’offerta accolta, ad esempio, da Frederick Forsyth, tra i più noti, e da Kyryl Bonfiglioli, tra i meno noti.
La vicenda di Bonfiglioli, che s’incrocia con l’esenzione fiscale irlandese, è gradevolmente narrata da John Baxter nella propria autobiografia, Una libbra di carta. Vedo di riassumerla. Ex
studente del Balliol College, bon viveur impenitente, mercante d’arte troppo pigro e troppo signore, il corpulento “Bon” fu per alcuni anni l’improbabile direttore di una rivista di fantascienza, abitando impavido in nord Oxford un palazzo di ventisette stanze già vescovile, dinanzi alla cui soglia una vecchia Roll-Royce si disfaceva lentamente. Le fortune della rivista si disfecero molto più rapidamente, e
Bonfiglioli sfuggì alla miseria per un incredibile capriccio del destino: a un’asta di provicnia intuì che un quadro non catalogato doveva essere un Tintoretto, e lo rivendette per 40.000 sterline (degli anni Sessanta). Passò così alcuni anni tra i milionari delle Channel Islands, proponendosi, tra il 1972 e il 1979, come autore di tre gialli comici grotteschi.
Dissipati sia la rendita del Tintoretto sia i proventi dei gialli, riparò presso l’amcio e scrittore di fantascienza Harry Harrison, che da tempo si era ritirato nel County Wicklow, in un “nido d’aquila” in cima alla Destrel Ridge. Dopo qualche mese trascorso in una roulotte che Harrison usava come dépendence, Bon si traferì in un gradevole cottage quasi al confine con l’Ulster, una casetta, dice Baxter, “il cui affitto risibile avrebbe dovuto metterlo sull’avviso”. Naturalmente, cosa restava al bon viveur se non fiondarsi già la prima sera nel pub locale? E, come varcò la soglia, ecco, scese il silenzio: un silenzio gelido, ostentato, ostile. Indifferente a questa accoglienza, Bon raggiunse il bancone e ordinò “una pinta e un paddy”, una birra e un whiskey irlandese. Il barista, registra Baxter, “l’ignorò. Come tutti gli altri. Dopo qualche asciutto e imbarazzante minuto, Bon fuggì”. E, la mattina dopo, fece le sue indagini. Scoprendo che il precedente inquilino del cottage era stato una spia del British Army. E che tutto il paese era convinto che anche il nuovo lo fosse. La scoperta lo raggelò: passare il resto della vita in Irlanda e bere da solo, a casa, birra e whiskey comprati allo spaccio più vicino? Impensabile.
Così, la sera, Bonfiglioli tornò al pub, e nel silenzio mortale individuò, fra tutti gli astanti, la faccia più dura e fanatica. Ci si piantò davanti:
- Voi pensate che io sia una spia britannica - disse seccamente.
- Non lo sono. E posso provarlo.
L’uomo lo scrutò sospettoso.
- Pensaci, amico. - proseguì Bon - Quanti anni mi daresti? Be’, te lo dico io: ne ho cinquantasei. Ora, se fossi nel British Army, che grado avrei raggiunto a quest’ora? Sarei un maggiore, no? Se non anche colonnello. Davvero pensi che manderebbero un maggiore o un colonnello in un posto miserabile come questo?
L’irlandese ci pensò su, bevve un sorso di birra, poi, rivolto al barista: Dai da bere al mio amico, qui - disse. Fa sempre piacere trovare persone obbiettive nei confronti del proprio
paese.
Slàinte!
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